martedì 12 aprile 2016

Referendum trivelle: la sintesi del nostro incontro a cura di Marcello Iovane

  
  Giovedì 7 Aprile, grata ospite del centro salesiano di via Marsala in Roma, abbiamo dato vita a una conferenza informativa sul tema oggetto del prossimo referendum abrogativo: l’estensione delle concessioni estrattive di idrocarburi nei mari italiani. Curata l’introduzione giuridica del tema dalla socia Rosy Famà, studentessa di giurisprudenza presso l’università Luiss di Roma, hanno esposto le proprie posizioni e contribuito sui rispettivi settori di competenza il Senatore Nicola Morra, del Movimento cinque stelle, e il geologo prof. Francesco Latino Chiocci, dell’università di Roma Sapienza.

- IL QUESITO REFERENDARIO

  Famà ha esposto il quadro normativo di riferimento, per l’istituto referendario in generale e per il quesito del 17 Aprile in particolare, le vicende che hanno dato forma definitiva a quest’ultimo e le disposizioni legislative sulle quali inciderebbe, e in che modo, la vittoria dei sì. Di massima utilità e importanza sono le istruzioni pratiche sul voto che possiamo dedurre dalle relazioni degli intervenuti, informazioni riguardanti tutti noi corpo elettorale e che consentono un esercizio effettivo del nostro diritto di voto, riassumibili come segue. Chi vuol abrogare la disposizione legislativa oggetto del quesito referendario voti alle urne il 17 Aprile, chi invece desidera che tutto resti così come attualmente è, sul piano legale, ha davanti a sé una scelta di strategia ma anche di coscienza, che si presenta duplice: non recarsi alle urne, nella speranza che non venga raggiunta la soglia dei votanti (quorum di affluenza dato dalla somma di no, sì e schede bianche) del 50% degli aventi diritto, cosa che comporterebbe un automatico rigetto della proposta referendaria, oppure, sia che ritenga probabile il raggiungimento del quorum partecipativo sia che ritenga contrario a etica giocare tale carta della soglia minima di affluenza alle urne, può presentarsi ai seggi e segnare un no sulla propria scheda. In breve: il paradosso è che bisogna votare “” per dire, seguendo lo slogan, “no alle trivelle”.

  Fin qui tutto è relativamente chiaro e semplice, sarebbe tuttavia lecito veramente riassumere con quest’ultimo motto, tanto icastico quanto generico, che cosa siamo chiamati a decidere col nostro voto? In realtà affatto no, come i partecipanti alla conferenza hanno avuto modo di apprendere dagli interventi dei relatori. Il potere che si esercita col referendum, nella formula finale approvata da Consulta e Cassazione, è limitato alla modificazione della legge, operata tramite vera e propria cancellazione in essa di determinate parole scelte dai promotori, e non può in alcun modo inserire nuovo testo o creare leggi ex novo, stante l’inammissibilità di referendum propositivi nel nostro ordinamento costituzionale. Una cancellazione il cui esito determinerebbe tuttavia sì una  concreta modificazione del dettato legislativo in questione e del suo significato dispositivo ma non il bando completo e immediato delle estrazioni petrolifere dai nostri mari, come erroneamente si potrebbe desumere da una informazione superficiale e semplicistica al riguardo. Se vinceranno i ,  le concessioni attualmente in vigore cesseranno allo scadere del termine a ciascuna assegnata prima dell’ultima riforma normativa, indipendentemente dalla presenza o meno di ulteriori idrocarburi estraibili, residui a quella data nel giacimento. Se invece vinceranno i no, la concessione rimarrà protratta, come oggi la legge prevede, fino ad esaurimento di ciascun pozzo sottomarino. Tutto qui, niente di più, niente di meno; non smetteremo dunque di fare il pieno di benzina nelle nostre auto né sarà vietato in futuro trivellare il fondo del Mediterraneo in cerca di idrocarburi, si tratta solo di abbreviare la concessione in vigore per 21 delle 66 (tra marittime e terrestri) stazioni estrattive presenti in territorio nostrano.

- IL SENATORE MORRA

  Non è poca cosa secondo il senatore Morra, già capogruppo dei Cinque stelle al Senato e attuale vicepresidente della Commissione affari costituzionali. Il parlamentare affossa il piatto della bilancia schiaffandovi sopra, novello Brenno, la spada della questione di principio e del gesto politico popolare. Invita noi tutti a votare sì per ragioni che allargano energicamente le maglie letterali del quesito referendario e del portato effettivo della sua efficacia legale, permeandolo così di significati ecologistici, di rivalsa popolare verso le contromisure, a suo dire del tutto sproporzionate, adottate dal Governo contro l’indizione del referendum e di viva protesta collettiva nazionale riguardo la politica energetica del Presidente del Consiglio. Non dimentica di citare il recente scandalo politico e giudiziale  concernente lo stabilimento lucano di Tempa rossa, a sostegno della propria linea dura contro le lobby petrolifere che, dichiara, condizionano egoisticamente la politica nazionale, a discapito dei cittadini, nel settore dell’energia. Segnaliamo che effettivamente il Governo ha reagito duramente al referendum, rendendo inammissibili tutti gli altri quesiti originariamente proposti dalle Regioni promotrici (Abruzzo, poi ritiratosi,  Basilicata, Campania, Calabria, Liguria , Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) semplicemente modificando il testo delle disposizioni legislative interessate dai quesiti, e separando la data della consultazione popolare da quella delle prossime elezioni amministrative, anch’esse fissate per questa primavera, causando un non indifferente aggravio di spesa per le casse pubbliche (circa 300 milioni di euro, stando all’asserzione di Morra).

- IL PROFESSOR CHIOCCI

  Il professore di geologia Chiocci tiene  preliminarmente a precisare di non essere specializzato in impatto ambientale bensì in geologia del sottosuolo marino; ciò premesso, il suo intervento ci offre l’irrinunciabile punto di vista di una mente scientifica e ben informata sull’oggetto del contendere, in particolare circa l’estrazione di idrocarburi dal sottosuolo, oltre a considerazioni e raccomandazioni personali su come sarebbe stato più opportuno porre la questione ecologico-energetica all’attenzione dei cittadini oppure migliorarla con interventi normativi e amministrativi, senza tener conto dei significati che l’iniziativa ha assunto al di là della propria efficacia legislativa letterale.

- L'IMPATTO AMBIENTALE
  
  Quanto all’impatto ambientale, ci rammenta che esso sussiste non solo per gli impianti di estrazione petrolifera, bensì per qualsiasi struttura industriale di terra o di mare, che quel che aumenta i rischi sensibilmente è da un lato l’utilizzo di tecniche nuove o financo sperimentali, come accadde nel caso del recente incidente della British Petroleum nel Golfo del Messico, in luogo di metodi più collaudati, e il compiere negligentemente le attività produttive non a regola d’arte. Nel caso oggetto del referendum non corriamo il primo pericolo, mentre il sistema di controllo e vigilanza delle attività rischiose per l’ambiente in Italia è, secondo il professore, trascurato e carente, necessitante di molta più attenzione politica, in proporzione, rispetto all’oggetto del referendum. L’argomento delle trivellazioni è una materia di grande complessità, dichiara, ma trattato in modo assolutamente semplicistico.

- CONTRO LE RAGIONI DEL SENATORE

  Al contraddittorio con il senatore ha provveduto validamente lo studente universitario di filosofia e socio Simone Tropea, già allievo del corso di storia e filosofia tenuto da Morra nel suo liceo classico in Calabria. Umoristicamente premesso di dover freudianamente “uccidere il padre”  suo malgrado, avendo il compito di esporre le ragioni contrarie agli argomenti del suo stimato insegnante, ha saputo chiaramente evidenziare prospettive assiologiche, di opportunità politica e  di incoerenza sostanziali in contrasto con quanto prospettato dai promotori della consultazione popolare.
Rimettendo alla concezione etico-politica di ciascun oppositore del referendum la decisione di aderire o meno alla strategia astensionistica, Tropea segnala diversi motivi di dissuasione dalle ragioni del sì.
Anzitutto difetta un contesto di transizione da una politica energetica fondata sull’impiego di combustibili fossili verso un utilizzo maggiore delle fonti rinnovabili, sicché, qualora il referendum passasse, la diminuzione conseguente nella produzione petrolifera patria verrebbe compensata con un semplice aumento dell’importazione delle stesse risorse dall’estero (dove è tutt’altro che scontato un maggior rispetto dell’ambiente in campo estrattivo).

- L'IMPATTO OCCUPAZIONALE

  In secondo luogo, trascurare l’impatto occupazionale, che deriverebbe dall’invocata chiusura degli stabilimenti interessati, evoca un sistema di pensiero ecologistico nel senso deteriore del termine, ossia una assolutizzazione dell’ecologia fine a se stessa, che non viene bilanciata da altri bisogni umani, come invece un punto di vista antropocentico propugnerebbe, talché non sarebbe ammissibile bilanciamento alcuno tra tutela dell’ambiente e altri valori sociali.

  Contentarsi di strumenti politici dall’ambizione così circoscritta e inefficace, afferma, risulta un mediocre abbaglio a danno dei cittadini chiamati a votare, un frustrato tentativo di far ecologia con le intenzioni pur non avendo le forze di portare a compimento un quadro globale, coerente ed efficace di azione, provocando frattanto più svantaggi che vantaggi in ogni senso.

  Seguite domande agli ospiti da parte dei molti giovani, e non solo, presentatisi alla conferenza, un riconoscente applauso ha salutato i relatori, incoraggiando noi di Liberi e forti a continuare nella nostra campagna di coinvolgimento dei giovani nella consapevolezza e partecipazione attiva alla vita democratica del nostro Paese.

Marcello Iovane